p 140 .

 Paragrafo 7 . La politica.
     
Per  il  filosofo  la  virt massima  la  vita  contemplativa,  il
rifugio  nella torre d'avorio che lo isola dalle masse e  lo  rende
simile   al  dio,  potendo  egli  godere  di  una  felicit  somma,
svincolata  da ogni forma di agire. Ma la filosofia    per  pochi:
anche tra gli uomini esiste una gerarchia.
     
     p 141 .
     
     "I  molti non sono portati a obbedire per rispetto, bens  per
paura,  n ad astenersi dalle cose cattive per la loro turpitudine,
bens  per  le  punizioni; infatti essi, vivendo secondo  passione,
perseguono  i  piaceri  che sono loro  propri  e  ci  che  li  pu
procurare, mentre di ci che sarebbe veramente piacere,  non  hanno
neppure nozione, essendo privi di gusto"(104).
     Quindi  le masse, i molti, devono essere educati e abituati  a
comportarsi  bene,  "a vivere in occupazioni convenienti  e  a  non
compiere  cose  cattive".  Questi risultati  si  ottengono  con  la
punizione  e  la  paura, con una forza coattiva. Questa  forza  non
risiede   in  nessun  uomo  rispetto  a  un  altro  uomo,   neppure
nell'autorit  paterna, ma solo in quella del re o  di  un'autorit
simile:  pertanto sar la legge ad avere questa potenza costrittiva
e a prescrivere ci che  moralmente conveniente.(105)
     Le  virt etiche non sono tali in rapporto a un'astratta  idea
di  Bene, ma in rapporto all'agire di ciascun uomo in relazione con
altri uomini, all'interno dello stato, secondo le leggi. In estrema
sintesi: non c' etica senza politica.
     
Sapienza e politica.
     
Fra  gli  scritti  di  Platone l'opera politica  per  eccellenza  
sicuramente  la  Repubblica (Politea), la quale contiene  anche  -
come  abbiamo visto - la narrazione del mito della caverna e quindi
l'esposizione della teoria platonica della conoscenza.  La  scienza
della  politica  per  Platone coincide con la conoscenza  del  vero
(epistme).
     Per  Aristotele,  invece, la politica,  come  l'etica,    una
scienza  pratica,  che  ha come oggetto non il  necessario,  ma  il
possibile,  cio  ci che potendo essere o potendo diventare  anche
diverso  da  come   - come l'etica - implica una  scelta.  D'altro
canto  la scelta  possibile solo in vista di un fine che si  vuole
raggiungere, altrimenti  pura casualit.
     Il  fine della politica  il bene dello stato, la felicit dei
cittadini.
     
Lo stato e il cittadino.
     
La   parola  greca  plis,  da  cui  derivano  politea  e  poltes
(cittadino)  e  anche  l'aggettivo politiks, esprime  un  concetto
intimamente  legato alla realt greca dall'et  arcaica  al  quarto
secolo  avanti  Cristo:  sconosciuto alle  altre  civilt  antiche,
precedenti  o  contemporanee, come quelle orientali, o  successive,
come  quella  romana,  in qualche modo estraneo anche al  pensiero
politico moderno.
     La  traduzione di plis con citt-stato mostra come  si  debba
ricorrere a due concetti per esprimerne il senso. La plis   citt
sia  nel  senso di struttura urbana, sia soprattutto in  quello  di
aggregazione di uomini che vivono insieme. Questa aggregazione  la
massima espressione di quello che noi chiamiamo stato. Per un Greco
dell'et  di  Aristotele non esiste uno stato  al  di  sopra  della
citt,  n una forma migliore n una pi ampia di stato. E'  quindi
estranea  al modo di pensare dei Greci del quarto secolo l'idea  di
un potere delegato, di una struttura statale
     
     p 142 .
     
     basata   sulla  rappresentanza:  il  governo  dello  stato   
esercitato direttamente da tutti i cittadini.
     Il  termine cittadino (poltes) - al contrario di "citt" - ha
mantenuto ancora oggi la ricchezza di significato che aveva  per  i
Greci: il cittadino non  solo l'abitante della citt, ma il membro
della comunit statale: la cittadinanza  data dall'appartenenza  a
uno  stato.  La  cittadinanza garantisce il  diritto  all'esercizio
della sovranit.
     Quando  Aristotele parla di cittadino non si riferisce  quindi
all'abitante della citt, ma a colui che ha diritto di  partecipare
al  governo  dello stato: cittadino  l'individuo adulto  di  sesso
maschile che gode della propriet della terra. Alla met del quarto
secolo primo cittadini ateniesi erano circa diecimila.(106) Accanto
ai  cittadini  popolavano  la  citt gli  schiavi,  i  meteci  (gli
stranieri),  i  teti (i poveri) e, ovviamente,  le  donne(107).  La
politica riguardava solo i cittadini, gli uomini liberi.
     
Il carattere naturale dello stato.
     
L'uomo  per  natura    portato a realizzare il  proprio  scopo,  a
raggiungere l'"eccellenza", a praticare la virt (aret); ma questo
  possibile  solo  in rapporto ad altri uomini:  quindi  anche  la
tendenza  ad aggregarsi con altri  naturale. L'uomo   per  natura
portato  a  vivere  in  societ,  un animale  politico  (politikn
zon).(108)
     La  prima  forma  di aggregazione naturale    per  l'uomo  la
famiglia,  alla  cui  formazione concorrono  due  istinti  primari,
l'istinto alla riproduzione e quello alla conservazione:  il  primo
porta  all'unione con la donna, il secondo unisce il  padrone  allo
schiavo.(109) L'associazione di queste tre componenti, uomo,  donna
e  schiavo, nella famiglia garantisce la soddisfazione dei  bisogni
quotidiani.
     Per soddisfare una gamma di bisogni pi vasta  necessaria una
aggregazione pi ampia della famiglia, il villaggio.(110)
     Ma  per  lo  scopo  finale  -  la pratica  della  virt  e  il
raggiungimento della
     
     p 143 .
     
felicit -  naturale che gli uomini (le famiglie e i villaggi)  si
associno nella plis.(111)
     Lo  stato, quindi, non  il frutto di un patto tra gli uomini,
non  corrisponde  a  una  scelta libera  di  associarsi,  ma    la
conclusione  di  un  processo naturale messo in  moto  dai  bisogni
naturali degli uomini. La contrapposizione tra natura e stato,  tra
phy'sis  e nmos, caratteristica del pensiero politico dei sofisti,
 assolutamente rifiutata da Aristotele.
     
Le leggi e l'eticit dello stato.
     
Le  forme di comunit che precedono cronologicamente lo stato -  la
famiglia  e  il villaggio - soddisfano i bisogni primari dell'uomo:
la  continuazione della specie e la sopravvivenza  individuale.  N
famiglia,  n  villaggio riescono per a garantire la realizzazione
della  virt  etica e quindi della felicit: solo  le  leggi  dello
stato possono farlo.
     Le  leggi, promulgate e attuate secondo giustizia, ordinano la
molteplicit  dei  bisogni  e  delle  attivit  all'interno   della
comunit politica, in vista del fine comune. Infatti lo stato  una
comunit  di  individui  portatori di  bisogni  e  valori  diversi,
impegnati in attivit diverse: non pu esserci una comunit di sole
donne, o una comunit di soli uomini, o una comunit di soli medici
e  cos  via.  Questi diversi individui sono solidali tra  loro  in
vista del bene comune: lo stato e le leggi esprimono la solidariet
fra i cittadini.
     Aristotele  per esprimere questo concetto utilizza un'immagine
molto semplice: l'equipaggio di una nave, dove i marinai, impegnati
in   mansioni   diverse,   tendono  tutti  alla   sicurezza   della
navigazione.(112) Tra le altre metafore dello stato come  organismo
unitario risultante dal concorso di molteplici ruoli e funzioni, la
pi famosa  senza dubbio quella del corpo umano: i piedi e le mani
sono  tali  fino  a che fanno parte di un corpo, di  un  tutto,  ma
"soppresso il tutto non ci sar pi n piede n mano"(113).
     
Gli schiavi e il lavoro.
     
Lo  stato "ideale" di Aristotele, che garantisce il bene comune  di
tutti i cittadini attraverso un'ordinata armonizzazione dei diversi
bisogni,  non  pu  prescindere dallo stato "reale"(114)  dei  suoi
tempi,  dove  la  schiavit  struttura portante  della  societ  e
dell'economia.
     
     p 144 .
     
     Come  la  famiglia e lo stato, anche la schiavit   un  fatto
naturale.  Ci  sono uomini che per natura sono destinati  a  essere
posseduti   da  altri  uomini.  Nel  primo  libro  della   Politica
Aristotele   sostiene   che  "l'essere  che   pu   prevedere   con
intelligenza  capo per natura,  padrone per natura, mentre quello
che  pu  con  il  corpo faticare  soggetto, e quindi  per  natura
schiavo"(115).
     Il   carattere  naturale  della  schiavit  non  era  comunque
unanimemente  riconosciuto nemmeno nel  mondo  greco  ai  tempi  di
Aristotele:  i sofisti, e in particolare Ippia, avevano  sostenuto,
nel  quinto  secolo, l'uguaglianza naturale del  genere  umano;  lo
stato poi, nel corso della storia, aveva prodotto la divisione  tra
liberi  e  schiavi. Alcidamante(116), discepolo  di  Gorgia,  aveva
scritto:   "Iddio  fece  tutti  liberi;  nessuno  la  natura   fece
schiavo".(117)  Aristotele   certamente  a  conoscenza  di  queste
posizioni: infatti riconosce che per alcuni "L'autorit padronale 
contro  natura  (giacch  la condizione  di  schiavo  e  di  libero
esistono  per  legge,  mentre  per  natura  non  esiste  tra   loro
differenza  alcuna), perci non affatto giusta, in  quanto  fondata
sulla violenza"(118).
     Si pone quindi il problema di dimostrare il carattere naturale
della schiavit. Per fare ci, Aristotele rapporta ancora una volta
la    questione    particolare    all'organizzazione    complessiva
dell'universo. Tutta la natura  caratterizzata da rapporti di tipo
gerarchico,  dove  il superiore domina l'inferiore,  dove  esistono
sempre un comandante e un comandato.(119)
     Questo  ricorso  alla gerarchia e al concetto  di  comando  ha
fatto  s  che  si potesse dire che in Aristotele il comando  viene
"assunto al rango di principio cosmico"(120).
     La   struttura  gerarchica  delle  sostanze,  delineata  nella
Metafisica,  si impone anche alle scienze pratiche, come  gerarchia
delle virt e, nella politica, come gerarchia sociale.
     Anche  qui,  per,  la  dimensione  cosmica,  universale,  del
discorso   non  fa  perdere  di  vista  ad  Aristotele  le   realt
particolari. Non necessariamente tutti gli uomini nati  per  essere
schiavi sono di fatto schiavi, come non tutti quelli nati liberi  e
destinati al comando sono di fatto liberi. Per cui pu capitare che
un  uomo  nato  per essere schiavo viva da libero e  viceversa:  in
questo caso vengono meno l'armonia e la comunanza di interessi  che
di solito regolano i rapporti tra padrone e schiavo.(121)
     
     p 145 .
     
     In  ogni caso, la ricerca di una giustificazione del carattere
naturale  della  schiavit nasce in Aristotele da  una  valutazione
negativa del lavoro manuale, ampiamente diffusa tra i Greci. L'uomo
libero, il "vero uomo",  necessariamente ozioso. Questa del  resto
  la  condizione  per  cui egli possa dedicarsi  attivamente  alla
politica, al governo dello stato.
     Dopo essersi domandato se si debbano ritenere "cittadini anche
gli  operai meccanici"(122), Aristotele risponde che, "nello  stato
retto  nel  modo migliore e formato da uomini giusti", "i cittadini
non  devono  vivere la vita del meccanico o del  mercante  (un  tal
genere  di  vita   ignobile e contrario a virt) e neppure  essere
contadini  quelli che vogliono diventare cittadini (in  realt  c'
bisogno  di  ozio  e  per sviluppare la virt  e  per  le  attivit
politiche)"(123).
     
Lo stato e la libert.
     
Lo  stato,  quindi,  per  Aristotele,  la  comunit  degli  uomini
liberi. Ma, come abbiamo visto, questi ultimi sono una minima parte
dell'umanit.
     Vediamo,  comunque, come si realizza nello  stato  la  libert
degli uomini liberi. Abbiamo visto che la riflessione di Aristotele
sulla  politica nasce dalla necessit di individuare  una  autorit
capace  di portare i cittadini "a vivere in occupazioni convenienti
e  a non compiere cose cattive".(124) Per raggiungere questo scopo,
che  coincide  con il massimo del bene per tutti  i  cittadini,  lo
stato deve necessariamente agire, intervenire.
     L'intervento  incomincia addirittura prima della  nascita  del
futuro  cittadino,  dal  momento  che  lo  stato  si  preoccupa  di
promuovere  accoppiamenti idonei tra maschi e femmine.(125)  Quindi
lo stato si occuper con ogni cura dell'educazione, che deve essere
comune  per  tutti i cittadini e pubblica.(126) Ogni  azione  dello
stato deve tendere a forgiare dei cittadini, che non appartengano a
se stessi, ma allo stato.(127)
     La  comunit  statale  di Aristotele, comunque,  a  differenza
della  repubblica platonica, non nega la famiglia - che anzi  resta
il  primo  nucleo della vita sociale degli uomini -,  rifiuta  ogni
forma   di  "comunismo"  ed    molto  lontana  dalle  istanze   di
rinnovamento radicale propugnate da Platone.
     Come  quello  di  Platone, anche lo stato di Aristotele    un
organismo rigorosamente unitario, che raccoglie e sovrintende  alla
totalit delle attivit umane.
     
     p 146 .
     
     Per questo si  parlato dello stato aristotelico come di stato
totalitario o comunque autoritario.(128)

